Foto: facebook.com/BoyGeorgeOfficial/
La cronaca di un conflitto può essere confinata ai bollettini militari cominciando a insinuarsi ovunque, persino nei palchi, nei mixer, nelle playlist. Da quando lo scontro tra Israele e Hamas è deflagrato, allargandosi poi a Iran, Libano, Siria e Yemen, la musica ha smesso di essere un rifugio neutrale per trasformarsi in un ulteriore terreno di scontro simbolico, dove ogni gesto artistico rischia di essere letto come presa di posizione, ogni tournée come atto politico, ogni collaborazione come schieramento. In questo territorio incerto si muovono oggi cantanti, promoter e dj, ciascuno alle prese con le conseguenze impreviste di una guerra che non risparmia nemmeno l’industria dello spettacolo.
Boy George, storico frontman dei Culture Club, ha scelto la via più diretta: quella di un brano. “We Will Dance Again”, diffuso sui social tra sabato e domenica su base reggae, richiama esplicitamente il massacro del Nova Festival del 7 ottobre e accusa chi parla di genocidio di dimenticare le cause che hanno innescato il conflitto. Nel testo l’artista rivendica la propria vicinanza a Israele con parole nette, sostenendo di limitarsi a comportarsi da essere umano piuttosto che da persona coraggiosa. Il ritornello recupera lo slogan divenuto simbolo dei sopravvissuti al rave israeliano, piegandolo a un auspicio di pacificazione, mentre la chiusura in ebraico, secondo alcuni osservatori, tradirebbe un possibile ricorso a strumenti di intelligenza artificiale nella scrittura. Il brano non risulta ancora distribuito sulle piattaforme di streaming e restano ignoti i nomi di chi lo ha prodotto. Non si tratta di un’uscita improvvisa: già all’indomani dell’attacco il cantante aveva espresso pubblicamente solidarietà a Israele, e nel 2024 aveva firmato la lettera di oltre quattrocento artisti contro l’esclusione del paese dall’Eurovision. Il suo legame con la scena israeliana risale del resto a decenni prima della guerra, tra le date dei Culture Club a Tel Aviv, il duetto con Dana International sulle note di “Karma Chameleon” e la collaborazione più recente con il cantautore Assaf Goren.
Se la presa di posizione di un singolo artista può essere isolata, più difficile è ignorare quanto sta accadendo all’intero mercato israeliano dello spettacolo dal vivo, ridotto quasi all’irrilevanza sulle rotte dei grandi tour internazionali. Lo racconta con franchezza il promoter Hillel Wachs, che con la sua società ha portato in Israele nomi come Pixies, Alice in Chains, Jason Derulo, Moby, Ziggy Marley e Regina Spektor, e che oggi descrive un’industria del touring paralizzata dal 2023. Le ragioni non sono soltanto militari: ai rischi concreti si affiancano premi assicurativi lievitati, costi di produzione sproporzionati e soprattutto la riluttanza di artisti che, pur non avendo opinioni politiche da difendere, preferiscono evitare di doversi giustificare pubblicamente per una data in quel paese.
Wachs non nasconde la propria inquietudine di fronte a quello che definisce un lento scivolamento di Israele verso lo status di stato paria agli occhi dell’industria musicale internazionale, un giudizio che pronuncia pur dichiarandosi critico nei confronti del proprio governo. Nel vuoto lasciato dai grandi nomi stranieri si è però riaffermata la scena locale, con festival, club e teatri tornati protagonisti di un’offerta che ha finito per assomigliare, nelle dinamiche, a quanto già visto durante la pandemia, quando il pubblico dovette reimparare a scegliere tra proposte domestiche. Restano tuttavia i segnali costanti della guerra anche dentro i concerti, dagli avvisi di sicurezza recitati prima di ogni spettacolo ai riferimenti agli ostaggi pronunciati dal palco. Wachs si dice comunque convinto che il ritorno dei grandi tour sia solo questione di tempo, quantificabile in un paio d’anni, subordinato più a un cambio di clima diplomatico che a un’unica svolta politica.
Se in Israele il problema è l’assenza di artisti stranieri disposti a esibirsi, altrove il conflitto produce l’effetto opposto: l’aggressione diretta contro chi viene identificato, a torto o a ragione, come vicino alla causa israeliana. È quanto accaduto alla dj francese Barbara Butch, costretta a interrompere la propria esibizione al festival Cabaret Frappé di Grenoble dopo che oltre cento manifestanti hanno preso di mira la sua consolle con ghiaia, cartone, oggetti di plastica, liquidi e bottiglie di vetro, alcune infrante a pochi passi da lei. Gli organizzatori l’hanno fatta uscire di scena prima che potesse concludere il set, mentre video diffusi dal gruppo Creative Community for Peace mostravano bandiere palestinesi e cori pro-Palestina tra la folla. Butch e il suo legale hanno definito quella sera un varco superato, quello che separa la protesta dalla coercizione, il dissenso dall’intimidazione, la parola dalla violenza.
L’ostilità nei suoi confronti si era acuita dopo il sostegno espresso a una proposta di legge della parlamentare Caroline Yadan contro l’antisemitismo contemporaneo, poi ritirata ad aprile per timori di compressione della libertà di espressione sul tema israeliano. Il ministro dell’Interno francese Laurent Nuñez ha attribuito la presenza di alcuni manifestanti all’area della France Insoumise, ribadendo che intimidazione e pressione non hanno cittadinanza nella Repubblica. La dj, dal canto suo, ha raccontato di un’ostilità che l’accompagna fin dall’infanzia e che si è fatta via via più pesante, pur ribadendo la propria fedeltà a un registro non violento fondato sull’amore piuttosto che sullo scontro.
Tre episodi, tre linguaggi diversi, un’unica frattura che attraversa il mondo della musica dall’interno. Da un lato un artista che sceglie il brano come manifesto politico, dall’altro un intero mercato nazionale che paga in termini di isolamento professionale il prezzo di una guerra percepita come irrisolvibile, dall’altro ancora una dj colpita fisicamente per un gesto di solidarietà giudicato inaccettabile da una parte del pubblico. Ciò che accomuna queste vicende è la difficoltà, ormai strutturale, di tenere separati il piano artistico e quello geopolitico: la musica, che un tempo si voleva linguaggio universale capace di superare le divisioni, si ritrova oggi costretta a schierarsi, spesso suo malgrado, dentro una contesa che non accenna a offrire vie d’uscita rapide né condivise.












