Un’eterna compagna di viaggio che rischia di essere silenziata per sempre. Nel mese dedicato al World Radio Day, mentre celebriamo un secolo di onde hertziane, dobbiamo porci una domanda scomoda: cos’è oggi la radio? Forse un cadavere eccellente che aspettiamo solo di seppellire, uccisa dall’egemonia culturale dei podcast e dai finti live streaming dove nessuno suona davvero? Il quadro è drammatico e ce lo restituisce con chiarezza Andrea Biondi in un pezzo del 13 febbraio 2026 su Il Sole 24 Ore, che racconta la crociata di Confindustria Radio Televisioni. L’associazione ha lanciato l’operazione #RadioInAuto, una campagna di comunicazione per richiamare l’attenzione sull’accessibilità del medium nelle nuove generazioni di veicoli. Il problema è tecnico ma dalle conseguenze culturali devastanti: l’evoluzione dei sistemi di infotainment sui cruscotti, sempre più spesso ecosistemi chiusi e basati esclusivamente sulla connessione IP, sta limitando l’accessibilità della radio tradizionale. In pratica, i produttori di auto stanno silenziosamente rimuovendo le nostre radio. E lo fanno mentre in Italia i numeri raccontano una verità opposta: 35 milioni di persone ascoltano la radio ogni giorno e 26 milioni lo fanno mentre guidano. Un popolo.

Non si tratta di nostalgia, ma di sopravvivenza. La radio non è soltanto quella zia un po’ polverosa che intrattiene gli anziani, è il più potente strumento di democrazia sonora mai inventato. Lo ricorda bene Confindustria Radio Tv: la radio è un servizio gratuito, universale, caratterizzato dall’ubiquità del segnale. Fondamentale nei momenti di crisi ed emergenza, quando le reti dati vanno in tilt e le connessioni IP si interrompono, la radio continua a parlare. È riconosciuta come servizio di interesse generale, un ambiente editoriale sicuro e regolato, che da oltre cento anni coltiva un rapporto unico e fiduciario con i suoi ascoltatori. Un rapporto che oggi rischia di essere spezzato da una scelta di design. Il cuore del problema è che il futuro dell’automotive, lanciato verso una digitalizzazione spinta e verso l’infotainment totale, rischia di cancellare il presente del broadcasting. Se la radio diventa un’app nascosta in un menu a tendina, persa in un mare di icone, o peggio, se non c’è proprio, la sua sostenibilità economica e il suo contatto con il pubblico in mobilità vengono meno. A peggiorare le cose, c’è anche la frenata della Commissione Europea che ha chiesto all’Italia motivazioni più approfondite sul disegno di legge del Mimit che vorrebbe imporre la presenza della radio analogica e digitale Dab+ su tutte le nuove auto.

Un braccio di ferro burocratico che rischia di essere la pietra tombale. La campagna #RadioInAuto, partita simbolicamente il 13 febbraio, vuole ribaltare questa deriva. Chiede che la radio rimanga lì, sul cruscotto, dove l’automobilista la cerca d’istinto. Facilmente individuabile, immediatamente accessibile, fruibile con un solo click. Perché la radio non è un retaggio del passato, ma la certezza che quando il mondo digitale siinceppa, la musica e l’informazione continuano a viaggiare. Il tempo dell’attesa è finito, e mentre i podcast ci promettono storie su misura e i dj virtuali ci illudono con performance registrate, forse è arrivato il momento di difendere l’unica voce che non ha mai smesso di parlare a tutti, ovunque. Anche solo per tenerci compagnia nel traffico.

Scarica qui il PDF dell’iniziativa.