Gabry Ponte, eccomi qui a parlare di lui a distanza di giorni dal suo concerto a Milano. Durante i miei ultimi post sono piovute critiche senza senso dai soliti sfigati e proprio per questo accetto volentieri di essere bersaglio nuovamente. Tuttavia, per me lui rappresenta il nuovo Jovanotti, soprattutto dopo aver visto quest’ultimo apparire stanco, quasi in difficoltà nel reggersi sul palco. Me li vedo ancora lì sul palco, longilinei e felici. Non so per quale ragione ma penso che Gabry sia un Lorenzo che non ha ancora tentato davvero di cantare, magari lo farà in futuro, lo immagino già al lavoro (…) su questo fronte. Eppure se ripenso a come Jovanotti non sia affatto nato cantante ma disc jockey vero, passato poi per una fase rap, capisco che per fare due barre basti un certo senso del ritmo è un po’ di spregiudicatezza, qualità che Gabry possiede senza dubbio. Poi un giorno deve aver detto a se stesso: proviamo qualcosa di più melodico, ed è lì che si è reinventato vocalist, Jovanotti, lavorando su di sé senza che nessuno possa negarne lo spessore artistico, ammesso che qualcuno voglia ancora discuterlo: basta guardare i risultati, che Jovanotti per primo ha dimostrato di saper raggiungere. Mi viene poi da pensare che gli Eiffel 65 siano invece una sorta di 883 con la cassa in quattro, e che a differenza del duo pavese siano ancora insieme, visto che Maury e Jeffrey non hanno alcuna intenzione di interrompere il loro sodalizio. Camminando, mi affollano altre riflessioni, una delle quali mi strappa quasi un sorriso per il coraggio che custodisce: Gabry è ormai un disc jockey tecnologico e techno, che raramente abbandona i suoi bpm vertiginosi, e tutto ciò che produce o remixa sembra alimentato da un additivo ad alti ottani, capace di esasperare i ritmi al punto che durante il live del 2026 a San Siro a tratti è stato difficile cogliere la melodia, la struttura di un pezzo, gli arrangiamenti e i timbri, tanto la componente ritmica dominava su tutto, compresi cassa e basso, proprio perché l’obiettivo era trasformare quello stadio in un’enorme discoteca. A volte la compressione demolisce la comprensione. Pazienza.
Comunque, Gabriele Ponte da Torino oggi lo considero un artista quasi hard techno, o hard trance, di sicuro non un performer commerciale pronto per una RSA o per degli aperitivi sulla spiaggia: ha trovato la formula perfetta, un compromesso moderno e contemporaneo che nei grandi festival internazionali, specialmente nei Paesi Bassi, si traduce in ritmiche velocissime, groove elevati, ma anche idee folli capaci di spaziare da “Felicità” di Al Bano e Romina Power fino a un remix per David Guetta o un’eventuale collaborazione con Tiësto. Un’altra considerazione, soprattutto a ridosso dell’evento di San Siro, che andrebbe letto non come semplice concerto ma come incubatore di idee e possibilità, riguarda il fatto che Gabry smuove cifre enormi, facendo bene all’economia; e proprio perché muove tanto denaro, se si analizza cosa c’è dietro, si scopre una squadra straordinaria (l’amico Andrea Corelli in questo caso non ha bisogno dei miei attestati di stima ma sta cosa contribuendo all’ennesimo consolidamento dell’artista, così come Luca Moretti; entrambi vecchie volpi del comparto). Sono stato più volte ospite della struttura milanese di Gabry, tra studi di registrazione, sale riunioni, professionisti preparati e formati, ciascuno indirizzato a svolgere un compito specifico nel modo giusto: un’esperienza che certamente non avrei potuto vivere da Massimo Gabutti a Torino, perché sono di Milano, e avendo lavorato in Media Records per anni posso dire che l’organizzazione di Gabry potrebbe essere una sorta di Media Records contemporanea, me lo si consenta. La struttura di Gabry è qualcosa di potente che non è mai più esistito, se non forse grazie a Luca Pretolesi a Las Vegas, o ad altre realtà imponenti come quella di Martin Garrix in Olanda: ma quella di Gabry è proprio una dj town, a tratti mi ricorda una versione tricolore di Armada Music. Concludo questa analisi bocce ferme su Gabry dicendo che lo vedo molto provato, perché si assume totalmente ogni responsabilità, a differenza di chi scrive sui social comodamente sdraiato su un divano, spesso per sentito dire chi posta messaggi quasi paterni come se fosse suo figlio e l’avesse inventato a lui, l’attuale Gabry Ponte.
C’è anche da considerare che Gabry non è mai stato legato in modo esclusivo a una multinazionale: ha collaborato con Universal, con Sony, ha realizzato cose importanti con Warner, ma non è figlio né schiavo di una major, è un indipendente che, all’occorrenza, esplora anche strade alternative, persino estere. Immagino che dietro molti dei suoi show ci siano realtà non solo italiane ma internazionali. Gabry non andrebbe giudicato per la sua musica, bensì per i suoi risultati, perché se a qualcuno non piace un certo genere può semplicemente cambiare canale, prendere lo smartphone e swipare altrove; se non si gradisce un suo concerto, nessuno obbliga ad andarci, l’offerta oggi è sterminata, quindi demolirlo o criticarlo sul piano artistico non porta, a mio avviso, ad alcun risultato utile. Quasi a voler fare una previsione sui suoi anni a venire, lo percepisco molto riconosciuto e apprezzato all’estero, un dj con ambizioni precise, che desidera essere celebrato a livello globale ovunque si esibisca, non per fame di ego ma per il bisogno di raggiungere obiettivi concreti. È stato più volte in line up di altri Tomorrowland, come quello brasiliano; quanto alla mancata presenza sul mainstage di quello belga, la spiegazione potrebbe semplicemente essere che non è ancora il momento, anche se, visto che diversi italiani hanno occupato quel palco, prima o poi accadrà pure a lui. Va però ricordato che al Tomorrowland migliaia di persone si trovano davanti al main stage per ascoltare più artisti, mentre i cinquantaseimila che ogni anno affollano San Siro per lui ci sono solo ed esclusivamente per lui. Forse gli manca ancora una sfera da Las Vegas, non ancora pronta per questa (hard techno colorata). A Gabry per alzare l’asticella serve un apparato scenico costoso e impegnativo come quelli che spesso allestiscono gli Swedish House Mafia, Eric Prydz o deadmau5; eppure, pur restando in Italia, riempire uno stadio nel nostro paese non è affatto un limite, soprattutto se lo si fa inventandosi qualcosa come Circotron, un progetto complesso che richiede di coinvolgere corpi di ballo e funamboli, cosa che già negli anni novanta, nel suo periodo d’oro, aveva fatto Gigi D’Agostino, restando però più legato a una dimensione territoriale, locale, mentre qui si riempiono arene nuove, non semplici discoteche: un ulteriore passo avanti, quello di chi si pone traguardi precisi e li raggiunge gradualmente, da “Blue” passando ad Amici fino al palco di Sanremo, San Marino, dal racconto della malattia affrontata fino al successo internazionale e allo stadio milanese. E poi San Siro. Santo Subito. Gli ho persino dedicato una canzone, per stima, perché lo apprezzo sinceramente sul piano imprenditoriale, perché la musica conta quando resta fine a se stessa; diventa preziosa e potentissima sul piano economico quando si trasforma in strumento; e mentre noialtri ci lamentiamo di non arrivare a fine mese per pagare l’affitto, lui l’affitto può pagarselo. Senza pensieri.










