Close-up of a blonde woman in oversized clear glasses and a light denim jacket, against a shimmering sequin backdrop.

Madonna presenta “Confessions II” come il ritorno che rimette la dance pop al centro del discorso, e la stampa internazionale sembra crederci senza riserve. Metacritic assegna all’album un punteggio medio ponderato di 83 su 100 su tredici recensioni, la dicitura è “universal acclaim”. AnyDecentMusic? arriva a 7,5 su 10 sommando dodici giudizi. Il paragone che ricorre ovunque è lo stesso, il miglior lavoro di Madonna dai tempi di “Confessions on a Dance Floor”. Mark Savage per BBC News lo definisce il disco più rivelatore dell’artista dai tempi di “Ray of Light”, e sottolinea come prenda vita proprio nei momenti più autobiografici. Will Hodgkinson sul Times lo legge come uno dei ritratti più personali mai realizzati da Madonna. Per Henderson di Slant Magazine è il progetto più coeso e focalizzato degli ultimi decenni, il più galvanizzante dai tempi di “Confessions on a Dance Floor”.

Nelson su People lo chiama il suo miglior disco da decenni, costruito con ogni firma tipica del suono madonniano. Power per The Irish Times parla del lavoro più sicuro da anni, Robin Murray su Clash lo saluta come il momento più energico e irresistibile della sua carriera recente, D’Souza su Pitchfork non usa mezzi termini e parla di un album eccellente, capace di unire istinto pop e lucidità emotiva. Petridis sul Guardian racconta un viaggio nostalgico verso il dancefloor che potrebbe nutrire il futuro dell’artista. Lucy O’Brien su Mojo parla di un ritorno alle radici del club dopo una lunga distanza, quasi sciamanico. O’Connor per The Independent lo celebra come una festa pensata per far sudare la pista. Levine su NME rivede in Madonna una club kid fuori dal comune, ancora connessa alla dance music. Sheffield su Rolling Stone scrive che l’artista rievoca i sogni giovanili di conquista globale dimostrando di averli già realizzati. Alim Kheraj su Crack parla del gesto di una maestra che riafferma se stessa dopo un periodo di esilio.

Katie Bain e Joe Lynch su Billboard descrivono un’oscillazione naturale tra insicurezza e onnipotenza, candore e camp. Bain, in una recensione separata, parla di una versione moderna della club music capace di evocare epoche passate senza cadere nel pastiche. Horowitz su Variety la definisce ancora regina della pista, John Earls su Classic Pop ricorda perché abbia dominato il pop così a lungo, Jason Landry su Soundwaves ne riafferma lo status di Queen of Pop. Neil McCormick sul Daily Telegraph ammette che il seguito non raggiunge l’originale ma resta abbastanza forte da proseguirne il concept, mentre Ludovic Hunter-Tilney sul Financial Times individua un senso di direzione che mancava dal 2005, pur riconoscendo che nessun brano tocca l’altezza di “Hung Up”. Non tutti però cantano lo stesso coro. Ragusa su Consequence scrive che l’album organizza una grande festa ma ha poco da dire. Kitty Empire sull’Observer riconosce l’efficacia del dancefloor come rifugio, ma sostiene che un approccio più fresco avrebbe trasformato un buon disco in un grande disco.

Thomas H. Green su The Arts Desk parla di un lavoro che mescola materiale generico e pepite d’oro, un affronto giusto contro chi vorrebbe le veterane del pop confinate in ruoli desessualizzati, ma anche un disco privo di una Madonna più contemplativa e adulta. E qui comincia il mio dissenso. Ho ascoltato questo disco più volte, e non è una questione di stato d’animo: sto bene, fisicamente sto bene, se poi qualcuno pensa il contrario non me ne importa granché. Il punto è un altro. “Confessions II” è forse una delle operazioni più inutili presentate con questa pompa magna, con un’attesa costruita ad arte per settimane, se non mesi, che avrebbe dovuto restituire qualcosa di colossale, di spessore, persino innovativo, perché Madonna lo è stata, in passato. So bene che gran parte della stampa, soprattutto internazionale, si sta occupando di questo disco con toni entusiastici. In Italia la situazione è diversa, ma siamo un paese atipico, e onestamente cosa scrivano gli altri non mi interessa. Quello che conta è cosa ho ascoltato, e quello che ho ascoltato è vuoto.

Se si mette in fila la sua ultima produzione, emerge una costante precisa: Madonna coinvolge sempre più produttori, lo ha fatto con Benassi e Diplo su “MDNA”, lo ha fatto con William Orbit, perché l’elettronica ha un sapore che mantiene vivi. Ma questo non è più innovazione, è un intervento di maquillage, di restauro, non solo sonoro, orizzontale, totale. Ogni volta che Madonna si affida all’elettronica sta ringiovanendo se stessa, non il suono, sta riposizionandosi sul mercato. Il bpm sostenuto è un modo per dire: siamo ancora tutti giovani, non guardate la carta d’identità. Basta sezionare le tracce per capirlo. Quella con Martin Garrix sembra un pezzo di Martin Garrix cantato da Madonna, non un pezzo di Madonna prodotto da lui. C’è un campionamento francese, ci sono nomi con un hype pazzesco, ci sono idee che prese singolarmente sono anche interessanti, ma messe insieme diventano inutili, perché manca l’amalgama. Stuart Price, l’uomo che su “Confessions on a Dance Floor” aveva messo il tempo degli ABBA dentro “Hung Up”, qui sembra completamente disincentivato.

Non è più lo chef che va al mercato a scegliere gli ingredienti, è lo chef che cucina con quello che gli hanno portato altri. Il brano è sprovvisto di coerenza, e il risultato è che l’album, più che un album, sembra una compilation: si sente il tocco diverso di ogni produttore, non c’è un filo rosso, c’è solo una serie infinita di idee buttate lì e confezionate divinamente. Il problema è che questa mancanza di identità sonora non riguarda solo questo disco, riguarda ormai da anni la sua intera produzione. E anche i testi non aiutano: non sono memorabili, non c’è nulla di realmente interessante oltre alla solita canonizzazione di marketing, una lezione che da Madonna abbiamo imparato ormai da tempo. So bene come funziona il metodo: le grandi star incidono decine di brani e poi selezionano, lavorano in sottrazione, è prassi normale.

Ma qui voglio fermarmi sul contenuto finale, che è di qualità tecnica altissima e allo stesso tempo privo di necessità. È come entrare in un ristorante all you can eat: tanta scelta, niente specializzazione, un menù enorme e nessuna selezione identitaria. Decine di produttori, decine di nomi, tutto interessantissimo sulla carta, tutto con un hype pazzesco, ed è comprensibile che certi media, certe radio, dicano che Madonna è tornata. Ma se questo stesso disco fosse uscito a firma di un’artista nuova, difficilmente avrebbe venduto più di una copia. Qui non manca la professionalità. Manca il bisogno. E per un’artista che ha fatto della necessità di cambiare la propria religione pop, è una mancanza enorme.

A breve poi dirò due cose sui Parisi invece sempre restando in tema.