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Nessuno ha suonato le campane a morto, nessun editoriale ha aperto con un coccodrillo, eppure qualcosa di definitivo è accaduto nel catalogo del più grande store di musica elettronica al mondo. Beatport ha aggiunto il pop tra i suoi generi ufficiali, aprendo una sezione dedicata e una Dance/Pop Top 100 che convive, sullo stesso schermo, con le classifiche di techno, house e drum and bass che per anni hanno dato alla piattaforma la sua identità. Nella nuova Top 100 ci sono Calvin Harris e Charli XCX, ma anche Stephen Sanchez e Mike Posner, nomi che con il dancefloor condividono poco più dell’etichetta discografica. È una mossa silenziosa, quasi furtiva, che passerà inosservata ai più ma che chi lavora con la musica da club non dovrebbe sottovalutare. Beatport non è Spotify, non è Apple Music: nasce come strumento professionale per i dj, un luogo dove il criterio editoriale era la funzione, prima ancora del genere. Un brano stava su Beatport perché serviva a qualcosa in consolle, perché aveva un BPM dichiarato, una struttura pensata per il mix. Oggi quella logica si incrina, e con essa si incrina anche l’identità di una community che ha sempre trovato in quella piattaforma un confine riconoscibile. Il pretesto è il formato open-format, la giustificazione è il mercato, il risultato è che il concetto stesso di “beat” contenuto nel nome del sito diventa sempre più metaforico, sempre più svuotato. Forse è inevitabile, forse è solo l’ennesima resa al mainstream.

Guarda un po’ qui: https://www.beatport.com/genre/pop/107?srsltid=AfmBOopKtob5Xzlrg4ZIEDvgMgTpdxghuAd8JkPDwN4vGYyRIN2-QRnY

DJ on stage facing a massive crowd at sunset, with hands raised and turntables in the foreground

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