Ci sono ambienti che funzionano come termostati rotti. La temperatura ideale è quella della mediocrità ma tiepida, del compromesso che è silenzioso, del sorriso che è stampato, precotto con figuranti che odiano e attaccano non appena giri le spalle. Altro che haters. Di più. Io quel termostato lo prendo a martellate da decenni. Benvenuti nel salotto buono e assai ipocrita della musica dance elettronica italiana. Si tratta di un sistema solare chiuso ma che si sta aprendo grazie alle nuove generazioni, dove i pianeti ruotano tutti intorno allo stesso buco nero fatto di favori, poltrone e seghe mentali circolari. Io in questo sistema sono sempre stato un corpo estraneo. Una cometa marrone ma non di cioccolato, se vogliamo, che con la sua scia ha illuminato per bene le facce di chi vive nell’oscurità. Il copione è sempre lo stesso. Si comportano in modo educato, ossequioso quasi, ma i loro occhi restano due biglie di vetro. Sono sempre i soliti. Sono i soliti noti, incollati alla sedia. Il linguaggio del corpo si irrigidisce quando entri in una loro stanza, perché la tua presenza rompe l’incantesimo. Pensa un po’ la mia. Gioiscono in silenzio per ogni tuo passo falso, e quando ottieni un successo, lo sminuiscono con l’eleganza di un sindaco che taglia il nastro su una fogna a cielo aperto. “Sì, ma è stato fortunato”, “Sì, ma non è niente di che”. La loro specialità è il furto con destrezza. Copiano le tue idee (ne sforno e le rubano), le tue intuizioni, il tuo modo di dire le cose. Poi le ripresentano come proprie, con la faccia tosta di chi si sente al sicuro. Perché tanto, nel loro teatrino, i ruoli sono già scritti. E guai a chi si permette di essere originale. Se osi, scattano le battute.
Quelle che pungono, che lasciano il segno. Ma sono sempre coperte dal classico, squallido paravento: “Dai, era solo uno scherzo, sii superiore”. No, care mie merde, non era uno scherzo. Era un atto di codardia. La gentilezza, poi, è una merce esposta solo in vetrina. La elargiscono quando c’è un pubblico pagante, quando c’è uno specchio che li rimanda nell’immagine di persone perbene. Poi il pubblico si disperde, e la maschera cade. Resta l’irritazione. Quella stizza profonda quando ti vedono sicuro, felice, realizzato. Perché la tua sicurezza è una minaccia per il loro castello di carte fatto di insicurezze. Il tuo sorriso è un affronto alla loro eterna, lamentosa insoddisfazione. E poi c’è la loro arte(fatta): quella del fraintendimento. Ti ascoltano e fanno finta di non capire. Restano volutamente “confusi”, perché la confusione è una zona franca, un terreno neutro dove non sono tenuti a piacerti o a starti vicino. È una scusa comoda, una trincea lessicale. E mai una scusa. Mai un “ho sbagliato”. Perché ammettere un errore significherebbe darti potere, riconoscere che esisti. E loro non possono permetterselo. Preferiscono tirarti fuori i cadaveri dal congelatore. I tuoi vecchi errori, le tue cadute. Te li sbattono in faccia per tenerti inchiodato a una versione passata di te che fa comodo a loro. Perché il te di oggi, quello che cresce, che impara, che migliora, è insopportabile.
E mentre tu provi a camminare, loro ti offrono stampelle rotte. Ti danno consigli apparentemente saggi, che in realtà sono zavorre silenziose. Consigli per non farcela, per rallentare, per restare nel gregge. Perché il gregge è al sicuro. E loro sono i cani da pastore. Notano ogni tua imperfezione con l’occhio del falco, ma sono ciechi di fronte ai tuoi sforzi. Perché per loro non sarà mai abbastanza. Non lo è mai. E per completare il capolavoro, vanno a cercare proprio quelli che ti detestano. Circondano i tuoi nemici, li coccolano, alimentano quel fuoco. Perché il “nemico del mio nemico è mio amico” è la legge non scritta di chi non ha una propria identità, ma solo una agenda silenziosa da portare avanti. Il problema, per loro, sono io. Ma io non mollo. Sono sempre stato un giornalista libero da vincoli, da catene, un comunicatore senza cliché, un essere umano prima e un professionista poi che ha fatto dell’onestà la sua unica bandiera. Ho detto la verità, sempre. Anche quando bruciava. Anche quando mi mettevano contro intere corazzate. Non sono mai stato al soldo di nessuno.
E quando per pura trasparenza ho avuto a che fare con qualcuno che mi pagava, l’ho scritto, l’ho urlato, l’ho palesato. Perché la trasparenza è l’unico antidoto al marciume. Ma c’è di più: non ho mai fatto parte di nessuna cricca. Mai frequentato i salotti dei radical chic che decidono chi può parlare e chi deve stare zitto. Mai stato ingoiato dalle claque radiofoniche, quelle che si scambiano favori e si lisciano il pelo in diretta, convinte di fare cultura quando fanno solo lobbismo spicciolo e spot modaiolo. Io vengo da Marte, vengo da un’altra parte. Da un posto dove le cose si dicono in faccia, senza filtri, senza bisogno del permesso di un direttore di giornale amico o di un caporedattore compiacente. Questa libertà, quella vera, quella scomoda, quella che non si piega e non si vende, è la cosa che gli dà più fastidio. Perché la mia libertà è lo specchio della loro prigionia. Io posso permettermi di dire quello che penso. Loro no. Loro devono chiedere il permesso. Loro devono allinearsi. Loro devono baciare l’anello. Loro. L’oro. Il mare chiuso e stagnante della musica dance elettronica italiana da fogna può diventare ruscello fondamentale. Agisco di cuore e mando in tilt il sistema e tutti quelli che pensano che il consenso si costruisca a colpi di cene e finte strette di mano. Ma io… me ne frego. Perché la mia sincerità non è un difetto e la mia penna è la mia spada. Ecco perché a giorni arriverò con un annuncio per me molto importante.











