Gli anni passano, ma l’energia dietro la console sembra restare nelle stesse mani. Carl Cox ha appena compiuto 63 anni, Tiësto ne ha 56, David Guetta 58, Green Velvet 57, Nicole Moudaber 48, Marco Carola 50, Miss Kittin 52, Armin van Buuren 48, Honey Dijon 57 e Paul Oakenfold è arrivato a 62. La fila dei nomi è lunga e impressionante, perché non parliamo di vecchie glorie da museo: sono ancora i protagonisti dei main stage, i titolari dei cachet più alti, le colonne portanti di un’industria che sembra voler invecchiare con loro, senza però interrogarsi troppo su cosa significhi davvero questo dominio prolungato. Nel frattempo, i giovani? Ci sono, certo. Spuntano sui social con milioni di visualizzazioni, vengono acclamati come next big thing, riempiono piccoli club e qualche slot pomeridiano ai festival. Ma il salto di qualità sembra sempre rimandato, come se la porta d’accesso al club dei grandi fosse serrata da un sistema che non permette un ricambio vero, forse per paura, forse per inerzia.

Si dice spesso che l’elettronica sia un terreno fertile per la sperimentazione, un luogo dove nuove generazioni e veterani possano coesistere in armonia. La realtà è meno romantica: l’industria continua a puntare sui nomi che garantiscono biglietti venduti e sicurezza, mentre chi prova a emergere deve convivere con un ecosistema bloccato, in cui non basta il talento per scalare la piramide. È curioso osservare come i dj della vecchia guardia abbiano saputo trasformarsi in veri marchi globali, longevi più dei generi che hanno attraversato. Hanno surfato mode, piattaforme, rivoluzioni sonore e tecnologiche, senza perdere rilevanza. Merito della loro abilità artistica, certo, ma anche di un pubblico che sembra non voler lasciare andare le figure che hanno segnato la sua giovinezza. Nel frattempo, i giovani crescono in un terreno ambiguo: da un lato hanno strumenti e visibilità che prima non esistevano, dall’altro si scontrano con un pantheon di leggende ancora troppo ingombranti per essere superato. E quando le due generazioni si incrociano, più che un dialogo appare una convivenza educata, utile ai festival per riempire lineup e agli addetti ai lavori per raccontare una scena inclusiva, ma priva di un reale passaggio di testimone.

Ci si chiede allora se questa eterna giovinezza dei veterani sia un privilegio conquistato o un campanello d’allarme per un’industria che non rischia più. Forse la risposta sta nel mezzo: da un lato il pubblico non vuole rinunciare ai suoi eroi, dall’altro i nuovi talenti devono imparare a costruire carriere più solide, meno basate sulla viralità e più su una visione artistica duratura. La verità, però, è che finché i festival continueranno a vendere pacchetti emotivi basati sulla nostalgia, la bilancia resterà sbilanciata. E allora lo “specialotto” sulle vecchie e nuove generazioni forse serve davvero, ma a patto di abbandonare la retorica buonista: chi comanda oggi non lo fa per caso, ma chi vorrebbe farlo domani deve trovare spazio in un sistema che si muove lentamente, molto più lentamente di quanto sembri dalla velocità dei beat.