Sarò ad Amsterdam per l’ADE (Amsterdam Dance Event) da mercoledì 22 ottobre a sabato 25 ottobre. Parto mercoledì mattina e resterò fino a sabato mattina, quindi praticamente da metà a fine settimana, completamente immerso in questo evento.

Ci sono diversi aspetti che mi incuriosiscono molto. Uno dei più significativi è la presenza di Cédric Hervet, il direttore creativo dei Daft Punk, che racconterà come il duo, pur essendosi ritirato, continui a “vivere” attraverso l’esperienza immersiva creata dentro Fortnite. Per me è un caso emblematico di come la memoria culturale della scena elettronica venga ora preservata e addirittura commercializzata attraverso i videogiochi. Mi fa riflettere molto su cosa significhi oggi l’eredità artistica nell’era digitale. Questa collaborazione tra Daft Punk ed Epic Games è proprio il punto d’incontro tra il mito della cultura rave e le logiche dell’entertainment moderno, e solleva domande sul confine sempre più labile tra arte, nostalgia e prodotto commerciale.

Sul fronte artistico, sono interessato al confronto generazionale che il festival propone. Ci saranno figure storiche come Skepta, Scuba, Luke Slater e Chris Liebing, ma anche nomi emergenti come Chris Stussy, KETTAMA ed Enzo Sarigusa, che rappresentano una nuova ondata che ha trasformato l’estetica lo-fi e le radici dell’house music in un fenomeno globale. Ma è la presenza di DJ AG, un fenomeno di TikTok con oltre due milioni di follower, che mi segnala il cambiamento più drastico: la piattaforma ha dimostrato di poter bypassare completamente i circuiti tradizionali, creando star mondiali attraverso algoritmi che premiano l’immediatezza visiva e la capacità di generare engagement in pochi secondi.

Sono molto curioso di seguire le sessioni dedicate alle strategie delle piattaforme digitali. Scoprirò come Spotify stia investendo pesantemente sull’afro house e sui mercati africani, riconoscendo come il continente stia guidando l’innovazione sonora globale con generi come l’amapiano. YouTube, con la presenza del duo TxC e di Sheniece Charway, confermerà l’importanza crescente del video come elemento inseparabile dall’esperienza musicale di oggi. E da SoundCloud mi aspetto un confronto sulla questione più scottante del momento: l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla produzione musicale e sulle carriere degli artisti. È un tema che divide profondamente l’industria tra chi è entusiasta della democratizzazione tecnologica e chi difende l’autenticità creativa.

Particolarmente rilevante per me è la tavola rotonda ADE Green dedicata a ‘Music, Money, & Moral Lines’, che affronterà senza giri di parole la responsabilità etica dell’industria. La presenza di Dan Lambert, manager dei Kneecap (band irlandese nota per posizioni politiche radicali), insieme a rappresentanti di festival come DGTL e ID&T, mi mostra come la pressione a prendere posizione su questioni geopolitiche e di giustizia sociale sia ormai ineludibile. I festival non possono più nascondersi dietro l’idea della musica come linguaggio universale neutrale: sponsorizzazioni, location e partnership sono diventate dichiarazioni politiche, che lo vogliano o no.

Il tema del sovraccarico informativo emerge in modo prepotente: sentire Patrick Moxey, fondatore di Helix Records, interrogarsi su come distinguersi in un mercato con centomila nuove release al giorno mi farà capire la difficoltà per gli artisti di emergere dal rumore di fondo. Le strategie di marketing tradizionali sembrano sempre più inefficaci in un ecosistema dominato da algoritmi opachi.

La presenza congiunta sul palco di Armin van Buuren, Hannah Laing e Joris Voorn rappresenta per me un momento simbolico: tre generazioni di DJ, tre approcci differenti alla musica elettronica. Van Buuren, simbolo della trance commerciale globale; Voorn, custode di un techno melodico e sofisticato; e Laing, rappresentante di una nuova leva britannica che ridefinisce i confini del genere. Il loro dialogo mi illuminerà su come la scena stia cercando di mantenere una propria identità in un momento di frammentazione estrema.

La componente africana del programma, con artisti come DBN Gogo, Thakzin e TxC, mi conferma una tendenza ormai consolidata: il futuro ritmico della musica elettronica parla sempre più lingue non europee. L’amapiano, il gqom e l’afro house non sono più esotismi, ma generi mainstream che definiscono il sound globale, imponendo nuove grammatiche produttive.

Con oltre duecento sessioni programmate, vedo l’ADE Pro 2025 come un osservatorio privilegiato per capire verso dove si muove un’industria da miliardi che ha però radici profonde nella controcultura underground. L’equilibrio tra innovazione tecnologica e autenticità artistica, tra logiche di mercato e istanze etiche, tra globalizzazione e identità locale mi appare sempre più precario. Amsterdam, per questi cinque giorni, diventerà il ring dove si combatte la battaglia per definire cosa significherà fare musica elettronica nel prossimo decennio, e io non vedo l’ora di esserci in mezzo.