Tutte le volte la stessa storia. Ma a questo giro ancora una volta gli altri che ridono, io che piango. Poi io che rido e gli altri che piangono. Ci rimango male. Ho investito tempo. Ho vissuto dentro il mostro mentre fuori lo chiamavano ancora… “strumento”. E per anni ho dato la versione educata ed edulcorata. La versione da cocktail. Quella che non ti fa sembrare pazzo ai compleanni. Me ne pento. Il divario tra quello che dicevo e quello che stava realmente accadendo era già allora una crepa. Oggi è un cratere. Tié. Febbraio 2026. Per il sottoscritto niente compleanno quest’anno, il 29 non c’è. Non è bisestile. Segnati però questa data: 5 febbraio. Due laboratori, nello stesso giorno, hanno rilasciato modelli che non erano semplicemente “migliori” nella AI. Erano un’altra specie. Io lo dico chiaro: ho smesso di essere necessario, almeno per quello che sono oggi. Ah, spoiler: lo sarai anche tu. Descrivo cosa voglio in una casella di testo, in inglese semplice, mi allontano dal computer, torno e il lavoro è fatto. Fatto meglio. Fatto senza di me. Non una bozza. Non qualcosa da correggere. Fatto. Altro che Moltbook. E mentre voi discutevate ancora se l’IA “stia davvero migliorando” e la usavate come motore di ricerca per pirlate, io andavo oltre il codice, la guardavo e valutavo con l’amico Antonio come coscienza artificiale, oltre lo scrivere centinaia di migliaia di righe (di codice), pensarla nell’aprirsi l’app da sola, testarla, iterarla, chiudere il cerchio e dirmi: “È pronta la roba che mi hai chiesto, mister”. Non sto esagerando. È così che ho passato i miei ultimi giorni. Ma la frase che devi leggere bene è questa, ed è nei documenti tecnici di OpenAI: “GPT-5.3-Codex è il primo modello che è stato determinante nel creare se stesso”. Se pensi a SkyNet e Terminator hai un limitatore nel cervello. Leggila finché non ti entra nelle ossa, sta cosa. L’IA aiuta a costruire l’IA. Il feedback loop non è una teoria. Sta girando. Ogni generazione più intelligente (…) costruisce la successiva, che è più veloce, più capace. Questo non è un grafico a salire. È una parete. Tu pensi ancora al tuo lavoro come a qualcosa di “speciale”, di “immune”. Lascia che ti tolga l’illusione: se quello che fai lo fai seduto davanti a uno schermo, se il cuore della tua giornata è leggere, scrivere, analizzare, decidere, comunicare con una tastiera, l’IA ci sta già arrivando. Non tra dieci anni. Non tra cinque. Adesso. Il managing partner di uno studio legale con decenni di esperienza passa ore ogni giorno con questi strumenti. Oppure l’io giornalista. Non per gioco. Perché funzionano. E mi ha detto una cosa che non mi esce più dalla testa: “Se resta su questa traiettoria, presto farà gran parte di ciò che faccio io”. E lui è il capo. Il tuo capo al massimo è una AI. Tu hai provato ChatGPT nel 2023, ti ha detto una cazzata con sicurezza e hai chiuso la finestra. Bravo ciddone. Peccato che nel tempo dell’IA il 2023 sia Jurassic Park. Oggi valuti lo stato dell’arte con uno smartphone. E la versione gratuita è un telefono a conchiglia rotto. I paganti sanno. Io so. E adesso arriva la parte che ancora non avete capito. Non è automazione. Non è una fabbrica che sostituisce il braccio. È sostituzione generale del lavoro cognitivo. Quando le fabbriche automatizzavano, l’operaio diventava impiegato. Quando Internet ha ucciso il retail, il commesso è passato alla logistica. L’IA non lascia un piano di sopra. Lei migliora in tutto contemporaneamente. Qualunque porto tu cerchi, ci arriva prima di te. Dario Amodei, il più cauto tra i CEO della sicurezza, ha detto che l’IA eliminerà il 50% dei lavori white collar entry-level in 1-5 anni. Io ti dico di più: molti nel settore pensano che stia tenendo una linea prudente. La capacità di produrre una disruption enorme c’è già. Deve solo propagarsi nell’economia. E lo farà. Ma la mia ossessione, quella vera, è un’altra. Amodei ha un esperimento mentale. Immagina che nel 2027 compaia all’improvviso un nuovo Paese. 50 milioni di cittadini, ognuno più intelligente di qualsiasi premio Nobel esistito. Pensano dieci volte più velocemente di te. Non dormono. Non si fermano. Cosa direbbe un consigliere per la sicurezza nazionale? Amodei risponde: “La più grave minaccia alla sicurezza nazionale affrontata in un secolo, forse mai”. Noi stiamo costruendo quel Paese. E la maggior parte di voi lo scoprirà dai titoli, quando sarà troppo tardi per mettersi in vantaggio. Non scrivo per terrorizzarti. Scrivo perché meriti più onestà che conforto. E io con te sono stato vigliacco, per anni, a darti la versione light perché sembravo meno folle. Bene, la follia è finita. Quello che sta arrivando non è un aggiornamento. È un cambio di specie. Personalmente ho sempre creduto alla singolarità tecnologica. L’ho detto quando era ancora fantascienza da copertina patinata e con mio padre ancora vivo, quando i colleghi sorridevano e cambiavano discorso. Oggi non lo è più. Oggi è la stanza in cui lavoro. Il passaggio dall’homo sapiens a quello tecnologico non è una metafora, non è un titolo, non è un’ipotesi. È già avvenuto nei laboratori, nei data center, nelle righe di codice che si scrivono da sole. Il mio lavoro di ieri è già storia. Il tuo di domani idem. Puoi ignorarlo. Puoi dirmi che esagero. Puoi chiudere questo articolo e tornare alla tua giornata. Lo farai in molti. Ma se tra qualche anno ti giri indietro e ti chiedi perché non hai visto arrivare niente, ricordati di questo momento. Io ti ho avvertito. Non da profeta. Da operaio del settore che ha visto l’acqua salire e ha smesso di fare finta di niente.
Shalom
Riccardo