Guardate il grafico. Cazzo. Scorrete con gli occhi le barre colorate che mostrano i generi musicali più ascoltati su Spotify in Europa nel 2025. Cercate l’elettronica. Dove sta? Sparsa qua e là, qualche barra blu pallido in mezzo a oceani di pop arancione, hip hop viola, latin rosso. In Germania qualche presenza, nei Paesi Bassi alcuni picchi, negli Stati baltici una discreta rappresentanza. Ma per il resto? Praticamente invisibile. La Spagna è dominata dal latin, la Francia e la Finlandia dall’hip hop, la Turchia da un mix frenetico di generi dove l’elettronica appare come un’eccezione sporadica. In Grecia il grafico annota che Spotify è quasi completamente dominato da un genere folk-pop chiamato Laïko. L’Irlanda ha visto “Ordinary” di Alex Warren rimanere in cima per 28 settimane consecutive. La Slovacchia registra uno dei pochi picchi hip hop con “EVIL JoRDAN” di Playboi Carti che è riuscito a dominare in più paesi. Ma l’elettronica? Latita. Mi pare sensato. Eppure l’industria della musica elettronica nel 2024 ha dichiarato ricavi per 12,9 miliardi di dollari, con una crescita del 6% rispetto all’anno precedente. I report di settore celebrano numeri da capogiro, parlano di espansione culturale, di audience in crescita esponenziale, di una scena più viva che mai. Mark Mulligan dell’IMS Business Report 2025 scrive che “i ricavi potrebbero rallentare, ma la cultura sta esplodendo”. Nel 2024 la musica elettronica ha guadagnato 566 milioni di nuovi follower su Spotify, YouTube, TikTok, Instagram e Facebook. I video TikTok con musica elettronica sono cresciuti del 45%. L’ascolto nel Regno Unito e in Germania è aumentato del 15%. Il Messico ha visto un incremento del 60% negli ascoltatori di musica elettronica.
Ma se la cultura esplode e i numeri dell’industria brillano, perché le barre blu dell’elettronica sono così timide nel grafico europeo? E soprattutto, chi sta davvero guadagnando da questi famosi 12,9 miliardi? La risposta è scomoda e rivela una verità che l’industria preferisce non gridare troppo forte: la musica elettronica vive ancora principalmente nel club, nell’esperienza fisica, nel vinile da collezione, nella serata pagata. Lo streaming, per la stragrande maggioranza dei producer, è poco più che un biglietto da visita digitale che paga in centesimi. Facciamo i conti che nessuno vuole fare? Spotify paga mediamente tra 0,003 e 0,004 dollari per stream. Prendiamo un artista che vuole guadagnare 1.500 euro al mese, uno stipendio minimo con cui sopravvivere. Servono circa 500.000 stream al mese. Significa 16.600 stream al giorno, ogni singolo giorno dell’anno. Un producer techno underground con un seguito rispettabile, diciamo 5.000 follower su Spotify e dieci release all’anno, se è fortunato raggiunge 50.000 stream mensili. Guadagno: circa 150-200 euro al mese. Tempo investito per produrre dieci tracce di qualità in un anno: tra 500 e 800 ore. Tariffa oraria effettiva dallo streaming: 0,20-0,30 euro all’ora. McDonald’s paga dieci euro all’ora. Il modello economico dello streaming è strutturalmente disfunzionale per i generi di nicchia. Spotify e le altre piattaforme usano il sistema “pro-rata”: mettono tutti i soldi degli abbonamenti in un grande calderone e li distribuiscono in base alla percentuale di stream totali. Se Drake o Taylor Swift ottengono il 2% di tutti gli stream globali, ricevono il 2% di tutti i soldi, compresi quelli degli abbonati che non li hanno mai ascoltati. Un utente che per un mese intero ascolta solo techno underground berlinese? I suoi dieci euro di abbonamento finiscono comunque in gran parte nelle tasche dei top 50 globali. È un sistema che per sua natura concentra il denaro verso l’alto, verso chi già domina le classifiche, verso i generi mainstream che generano volume. E poi c’è il colpo di grazia arrivato nel 2024: Spotify ha introdotto una soglia minima di 1.000 stream annuali per ricevere pagamenti. Le tracce sotto questa soglia ricevono zero, niente, i loro micro-royalty vengono redistribuiti agli artisti più grossi. Per la musica elettronica, dove esistono migliaia di producer che rilasciano tracce principalmente per uso dj, non per il consumo casalingo da playlist, questo è devastante. Una traccia techno pensata per essere mixata in un club alle tre del mattino non compete con la stessa logica di una canzone pop pensata per essere ascoltata in metropolitana. Ma nello streaming sono giudicate con gli stessi criteri, e solo una delle due vince. Guardate invece dove i soldi ci sono davvero. I ricavi dei club di Ibiza nel 2023 hanno raggiunto 141 milioni di euro, con un aumento del 76% rispetto al 2019. Un dj di medio livello in un club locale può guadagnare tra 200 e 500 euro per una serata di quattro ore. Un artista di livello medio che suona in club di buon profilo può fare tra 500 e 1.500 euro. Un festival di media grandezza paga tra 2.000 e 5.000 euro. I festival major, per gli artisti top tier, significano cifre tra 10.000 e 100.000 euro a serata. Calvin Harris può chiedere 500.000 dollari per una performance. Tiësto prende 250.000 dollari a set. I dieci dj elettronici più pagati al mondo guadagnano tra i 15 e i 50 milioni di dollari all’anno, quasi interamente dal live. La matematica è spietata: lo stesso artista che fa 1.000 euro in quattro ore di club dovrebbe avere 7-8 milioni di stream all’anno per guadagnare la stessa cifra dallo streaming. Considerando che molti producer techno, house, drum and bass rilasciano musica principalmente per altri dj, non per il consumo di massa, e che il pubblico di nicchia è frammentato su migliaia di artisti diversi, i numeri semplicemente non tornano. Un producer con 100.000 stream al mese, già un risultato eccellente per uno underground, guadagna circa 300-400 euro mensili da Spotify. Quattro ore di club. Una serata. Ma c’è un problema anche nel paradiso del live. L’aumento del 76% nei ricavi dei club di Ibiza sembra impressionante finché non scopri che il prezzo medio dei biglietti è passato da 44 euro nel 2019 a 51 euro nel 2023. L’aumento dei ricavi non viene dall’aumento della partecipazione, ma dall’aumento dei prezzi. E questo trend si sta replicando ovunque: i biglietti dei festival continuano a salire del 15-20% anno su anno, mentre il numero effettivo di biglietti venduti comincia a calare. Mark Mulligan lo ammette senza giri di parole: “Stiamo arrivando al punto in cui non si potrà andare oltre. I consumatori hanno un reddito disponibile limitato e stiamo vedendo i primi segnali che i prezzi sono diventati troppo alti”. La gallina dalle uova d’oro sta cominciando a dare segni di stanchezza. Bordello. E allora dove stanno davvero questi 12,9 miliardi? Boh. Una parte significativa viene dalla vendita di hardware e software musicale. Controller, Cdj, sintetizzatori, software di produzione, plugin. Roba che i producer comprano, non da cui guadagnano. Sono costi, non ricavi per gli artisti. Un’altra fetta sostanziosa va alle major label e alle piattaforme stesse. Il 70% dei ricavi streaming va ai detentori dei diritti, ma per un artista firmato con una major la label prende circa il 50% dei recording royalties, l’artista se va bene riceve il 16% del totale, e il resto si disperde tra distributori, editori e organizzazioni di gestione dei diritti. Le piattaforme di streaming si tengono il 30% di tutti i ricavi, sempre, prima di distribuire qualsiasi cosa agli artisti. Chi non guadagna? Il producer indipendente di musica elettronica che rilascia su Beatport per uso dj, ha qualche migliaio di follower su Soundcloud, suona nei club locali quando riesce, produce musica seria e di qualità per una nicchia dedicata. Questa persona è sostanzialmente fuori dal sistema di monetizzazione streaming. Sopravvive grazie a un mosaico precario fatto di live gig quando riesce a ottenerli, lavori secondari, insegnamento di produzione musicale, ghost production per artisti più famosi, vendita di sample packs, Patreon se è fortunato, sync licensing quando capita. Lo streaming? Rappresenta forse il 2-5% del suo reddito totale. Le briciole, il decorativo. Il paradosso si fa ancora più evidente quando guardiamo la crescita geografica. Il 78% della crescita degli abbonati streaming nel 2024 è venuta dal cosiddetto Sud Globale: Africa, America Latina, Asia. Ottimo per Spotify che aumenta gli abbonati, terribile per gli artisti perché i payout variano drammaticamente per paese. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito si parla di 0,003-0,004 dollari per stream. In India siamo a 0,0005-0,001 dollari. In Brasile 0,001-0,002 dollari. Più stream, meno soldi. La “esplosione culturale” della musica elettronica in mercati emergenti si traduce in sempre meno denaro per chi quella musica la produce. Torniamo al grafico. Guardate la Germania, dove l’elettronica ha una presenza più marcata rispetto ad altri paesi europei. Non è un caso. La Germania ha una cultura dei club radicata, Berlino è la capitale mondiale della techno, il Berghain è un’istituzione. Ma anche lì, sullo streaming, l’elettronica deve condividere lo spazio con pop, alternative e indie. Guardate i Paesi Bassi, dove nel periodo estivo appaiono picchi di afrobeats ed elettronica. Amsterdam ha una scena dance importante, ma sul grafico l’elettronica appare comunque frammentata. Guardate gli Stati baltici, Estonia, Lettonia, Lituania, dove le barre blu elettroniche hanno una presenza più robusta. Paesi piccoli con scene underground attive, ma mercati troppo piccoli per generare numeri significativi in termini di ricavi streaming globali. E poi guardate tutti gli altri: Spagna, Francia, Italia, Polonia, Regno Unito. Oceani di altri generi. L’elettronica appare sporadicamente, in alcuni periodi dell’anno, per poi sparire di nuovo. La narrazione dell’industria parla di una scena in crescita esplosiva, ma il grafico di Spotify, che è il termometro più onesto del consumo musicale di massa nel 2025, racconta una storia diversa. L’elettronica non domina lo streaming. Non è nemmeno vicina a dominarlo. È un genere che vive altrove. C’è un’annotazione nel grafico che merita attenzione: “Il brano che è rimasto più a lungo al numero uno è stato 28 settimane. Era ‘Ordinary’ di Alex Warren in Svizzera”. Ventotto settimane. Un brano pop che occupa la vetta per sette mesi. Questo è il tipo di dominanza necessaria per generare ricavi significativi dallo streaming. La musica elettronica, per sua natura frammentata in mille sottogeneri e microculture, difficilmente genera questo tipo di concentrazione. Un fan di techno ascolta probabilmente cinquanta artisti diversi in rotazione. Un fan di pop mainstream potrebbe ascoltare gli stessi dieci artisti per mesi. Il modello economico è chiaro: vince chi concentra l’attenzione, chi domina le playlist editoriali, chi finisce nelle colonne sonore delle serie TV, chi fa i numeri su TikTok e poi converte quei numeri in stream ripetuti. La musica elettronica, salvo poche eccezioni commerciali EDM, non gioca questa partita. Non può giocarla, non è costruita per questo. È pensata per il club, per il vinile da collezione, per il momento fisico condiviso. E questo è insieme la sua forza culturale e la sua debolezza economica nell’era dello streaming. Allora è una bolla? Dipende da cosa intendiamo. Non è una bolla nel senso che il mercato è fittizio o i numeri sono inventati. I 12,9 miliardi esistono, il live continua a crescere per ora, la cultura si sta espandendo, i soldi circolano davvero. Ma è una bolla nel senso che la narrazione non corrisponde alla realtà vissuta dalla maggioranza degli artisti. È una bolla nel senso che quei 12,9 miliardi sono concentrati in pochissime mani. È una bolla nel senso che la crescita del live si basa su prezzi insostenibili che stanno raggiungendo il limite di tolleranza del pubblico. È una bolla nel senso che la “salute dell’industria” è misurata su metriche aggregate che ignorano completamente la precarietà economica della stragrande maggioranza dei producer. È soprattutto una bolla nel senso che c’è una disconnessione fondamentale tra il valore culturale della musica elettronica e la sua capacità di monetizzare attraverso i canali digitali che dominano il consumo musicale contemporaneo. L’elettronica ha costruito imperi culturali, ha trasformato intere città, ha creato comunità globali, ha influenzato ogni altro genere musicale. Ma questo valore culturale immenso si traduce in ricavi streaming microscopici per chi quella cultura la crea ogni giorno in studio. I report di settore continuano a celebrare cifre aggregate che nascondono una disuguaglianza estrema. I top 200 artisti su Spotify, su milioni di artisti totali, generano una fetta sproporzionata dei ricavi. Il 99% dei producer elettronici sopravvive grazie a strategie di reddito diversificate dove lo streaming è la componente minore. Spendono tra 5.000 e 10.000 euro in attrezzatura minima, pagano 50-100 euro al mese per software e plugin, investono centinaia di ore per ogni traccia, pagano mastering che costa tra 50 e 150 euro a pezzo, pagano distribuzione digitale. Il ritorno economico dallo streaming? Centinaia di euro all’anno, se va bene. Forse. Guardate ancora il grafico, di nuovo. Quelle barre colorate non sono solo dati statistici, sono la mappa di dove il denaro scorre davvero nell’economia musicale del 2025. E l’elettronica, nonostante tutti i comunicati stampa trionfalistici, nonostante i festival sold-out, nonostante la “cultura che esplode”, è marginale in quella mappa. Vive in un’economia parallela fatta di consolle, casse da club, vinili pesanti, biglietti venduti al botteghino. Un’economia che per ora regge, ma che sta mostrando crepe evidenti mentre i prezzi salgono e la tolleranza del pubblico si assottiglia. La grande illusione è credere che l’elettronica “se la passi bene” guardando i numeri dell’industria. Se la passa bene chi? Mi viene in mente un nano, no, non quello che avete in mente, un altro, che mi diceva che io non vedo oltre il mio naso. Ecco, in generale molti non guardano oltre il proprio naso, nano imprenditore del divertimentificio incluso. Nano senza palle. Le piattaforme che vendono abbonamenti. Le aziende che vendono hardware. I promoter dei grandi festival. I top 50 dj del mondo. Ma il producer che alle tre di notte sta finendo una traccia che verrà suonata da una manciata di dj in una manciata di club? Quello sta lavorando per 30 centesimi l’ora, sperando che la prossima serata pagata arrivi presto. Dentro il club si balla. Fuori, nel mondo freddo dello streaming, si contano i centesimi e si spera che il live non imploda sotto il peso di biglietti che nessuno può più permettersi. Pierfrancesco Pier Di Stolfo, ne parliamo in The Midance Monday o lasciamo stare?