C’è un sogno, o forse un incubo, che aleggia negli studi di registrazione virtuali del futuro: la convinzione che in ognuno di noi si nasconda un musicista in attesa di emergere, bisognoso solo dello strumento giusto per rivelarsi. Producer.ai, nato dal team che ha dato vita a Riffusion, uno dei primi modelli generativi di musica AI, si propone come quel catalizzatore, quel produttore in intelligente artificiale capace di trasformare l’intenzione in melodia, l’idea in un prodotto finito. È sufficiente parlare a un’interfaccia, come se si chiacchierasse con un amico in studio, per richiedere un bassline, una linea vocale, un’ispirazione. La promessa è seducente: chi non ha mai sognato un produttore di talento che renda monumentale la propria musica? Eppure, dietro questa apparente democratizzazione della creatività, si nascondono interrogativi profondi sull’autenticità, sul mestiere dell’arte e sulla futura rilevanza della figura umana nella composizione. Il platform, che funziona con un’immediatezza paragonabile a un videogioco, ha già convinto oltre un milione di utenti mensili, vantando forse più brani generati di quelli presenti su iTunes in soli tre mesi di vita. La qualità è innegabilmente impressionante, con composizioni a lunghezza intera che mescolano generi e linguaggi, lontane anni luce dai primitivi snippet di cinque secondi del lontano dicembre 2022.

Il fondatore Seth Forsgren, violinista formatosi a Princeton, descrive il progetto come il frutto di un piccolo gruppo di artisti e ingegneri dedicati ad “avanzare la creatività umana”, nato quasi per gioco dall’idea di generare immagini e trasformarle in suono. La sua speranza è che la piattaforma venga considerata uno strumento, da suonare con prompts invece che con le dita. Ma è proprio questa la questione cruciale: si può davvero considerare uno strumento un’entità che apprende i tuoi gusti, che genera per te, che remixa al posto tuo? La differenza tra suonare uno strumento e dettare desideri a un’AI è abissale, e chiamare questa interazione “creatività” rischia di svuotare il termine del suo significato più profondo. Il nuovo agente, il Producer, elevà l’interazione a un livello ulteriore, simulando una collaborazione in studio e offrendo un controllo quasi totale sul suono, grazie al nuovo modello FUZZ-2.0. I piani di sottoscrizione, dal gratuito al Member che permette di generare fino a 6000 brani al mese, rendono l’accesso potenzialmente universale, mentre la questione dei diritti viene liquidata con apparente semplicità: se paghi l’abbonamento, puoi distribuire commercialmente ciò che generi, purché ti assuma la responsabilità degli input utilizzati. Ma in un ecosistema del genere, cos’è realmente un “input”? È un’idea originale o il frutto di un training set composto da milioni di opere di artisti in carne e ossa, forse mai retribuiti per questo utilizzo? Producer.ai si presenta non come un sostituto, ma come un compagno di viaggio musicale. Tuttavia, il rischio reale è che questa visione, per quanto affascinante, normalizzi una forma di espressione artisticamente comoda, dove la fatica, lo studio, l’errore e la lenta conquista di un sound personale vengono sostituiti da un’istantaneità algoritmica. Il dj di domani potrebbe non aver mai toccato un vinile, ma solo aver imparato a formulare la richiesta perfetta a un chatbot. La domanda allora non è se saremo tutti musicisti, ma quale tipo di musica, e quale tipo di artisti, saremo disposti ad accettare.