Close-up of a person’s hand with rings and a watch resting on a magazine titled 'AGENDA GIORNALISTA'.

Questa riflessione nasce da pensieri negativi e tuttavia si trasforma quasi subito in qualcosa di costruttivo. E il primo elemento oscuro che mi si presenta è la figura di un piccolo uomo al quale sono rimasto inspiegabilmente soggiogato per tanti, troppi anni; una persona che mi ha, a mio modo, vessato e che ha messo costantemente sotto esame la mia carriera giornalistica pur avendo sempre cercato di personalizzare e strumentalizzare ogni conflitto mentre in apparenza lo travestiva da questione professionale. Un nemico vero. Non riesco ancora a spiegarmi come sia stato possibile restare congelato per tanto tempo all’interno della sua cricca di smidollati, paralizzato da dinamiche che oggi fatico persino a ricostruire con lucidità. Questo individuo, quando si trovava senza argomenti validi, ricorreva a una tattica precisa: mettere in discussione il mio operato e metodo di lavoro, la mia disciplina, il mio approccio al mestiere, arrivando più volte a chiedermi se (…) fossi iscritto all’ordine dei giornalisti. Roba da matti. Una domanda esplicita, questa, che, proiettata sul panorama attuale, suona quasi grottesca, in un settore popolato da figure improvvisate, da personaggi strappati dalle discoteche e trasformati spesso direttamente dal piccolo uomo, e per decreto in responsabili dell’informazione. E spesso con il beneplacito di quella stessa persona che si ergeva a guardiano della deontologia professionale. Ma questo piccolo signore si era spinto anche oltre, cercando di verificare se partecipassi regolarmente ai corsi di aggiornamento, in particolare a quelli deontologici.

Ed è proprio da uno di questi appuntamenti formativi che arrivo nel momento in cui metto nero su bianco queste considerazioni, il che mi permette di rendermi conto con ancora maggiore chiarezza di quanto certi ambienti siano rimasti bloccati nel tempo, ancorati a una cultura che si sta sgretolando, incapaci di preservare idee e valori in modo credibile. Ho voluto tracciare questo preambolo per mettere in luce la figura di quell’uomo minuscolo, del quale non spreco nemmeno l’inchiostro necessario a scrivere il nome, e per dire la mia su questi corsi di formazione deontologica promossi dall’ordine professionale, che trovo fondamentalmente inutili, soprattutto rispetto all’ambito in cui opero. Il territorio in cui lavoro è quello del food and beverage e, con ancora maggiore intensità, quello della musica elettronica osservata dal lato del business, in una prospettiva volutamente slegata da ciò che accade quando cala il sole: il mondo delle discoteche, dei festival, dei videoclip rappresenta un universo che seguo molto meno, che mi appassiona relativamente e certamente non mi affascina.

Quello che invece mi coinvolge davvero, che alimenta la mia curiosità e orienta la mia penna, è la discografia, la filiera creativa nei suoi momenti più originari, il lato generativo dell’arte e della sua espressione contemporanea: come nasce un’idea nella mente di un produttore, come si trasforma in un brano all’interno di uno studio di registrazione, da dove proviene quell’impulso e perché si manifesta. Mi sono specializzato in questo versante a livello giornalistico, e mi sento giornalista con orgoglio, lo sono dal 1988 e non ho mai smesso di esserlo. Eppure, pur identificandomi profondamente con questa professione, io la intendo come uno strumento e non come un traguardo: il giornalismo per me è un punto di partenza, una leva attraverso cui costruire reti di relazioni, aprire possibilità, allargare lo sguardo. Partendo da questa disciplina si possono generare situazioni, creare connessioni, espandere la propria visione del mondo, e questo per me è fondamentale. Specialmente nella dimensione professionale della mia esistenza. Sono contento, piccolo uomo, di non vederti più.